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I RAGAZZI DI SEMPRE

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Nell’editoriale di SD 4/2013-2014 avevo messo in luce l’importanza di prendere in considerazione, senza paura e con sguardo pedagogico, i diversi cambiamenti che stanno vivendo le nuove generazioni e che, secondo diversi autori, sono destinati ad incidere profondamente sui dispositivi di insegnamento, il profilo del docente, il ruolo della scuola.

Se si è conclusa, come si dice, l’era di un certo tipo di sapere, non è però finita, mi permettevo di ricordare, l’era della sapienza e della comprensione, ossia il compito dell’insegnante e del sistema scolastico di rendere le persone capaci di leggere e abitare ‘in profondità’ il mondo.

Non è finito, per dirla con R. Guardini, il compito dell’educatore di dare all’uomo “coraggio verso stesso” di aiutarlo “a conquistare la libertà sua propria” (Persona e libertà, Editrice La Scuola, Brescia 1993, p. 222); il compito, per richiamare J. Maritain, di cui è stato ricordato nei mesi scorsi il quarantesimo della morte, di “risvegliare l’umano” (Per una filosofia dell’educazione, Editrice La Scuola, Brescia).

C’è un orizzonte di senso e ugualmente c’è un nucleo di bisogni, di aspirazioni, di desideri che attraversa e lega le generazioni; che sembra, nonostante tutti i cambiamenti, costituire un punto di aggancio imprescindibile per mettere in atto un processo autenticamente educativo.

I ragazzi che ho di fronte sono molto diversi da quelli di alcuni anni fa, ma per certi aspetti sono come i ragazzi di sempre, come eravamo noi, i nostri padri e le nostre madri. Hanno linguaggi e costumi differenti dai nostri, ma hanno i nostri stessi dinamismi che ci costituiscono come persone. Riconoscere che c’è qualcosa che ci accomuna è fondamentale; senza un tale riconoscimento lo studente si trasforma lentamente da altro da me in ‘alieno’, ossia qualcuno di completamente estraneo con cui non ho niente in comune.

È interessante, a questo proposito, quanto scrive C.A. Tomlinson: “Gli studenti non entrano in classe dicendo: ‘per favore, mi insegni le frazioni multiple. È così significativo per me!’; e non arrivano sulla soglia esclamando: ‘Se solo mi insegnasse la rivoluzione americana, mi sentirei completa!’. Al contrario, sono ragazzi che giungono a scuola chiedendosi: ‘Sarò riconosciuto qui come persona? C’è posto qui per il mio contributo? Ciò che faremo avrà senso per me? Sarò aiutato a comprendere che dentro di me ci sono energie e possibilità? Proverò il senso di soddisfazione che proviene dall’aver sfidato positivamente qualcosa?’” (Adempiere la promessa di una classe differenziata, LAS, Roma 2006, pp. 33-34).

C’è negli alunni che ho di fronte la stessa domanda, anche se formulata in modo diverso e a volte anche in modo distorto e provocatorio, di accoglienza e di accettazione che mi porto sempre con me nella forma della vita adulta. Tutti noi siamo più aperti e disponibili se uno si relaziona con fiducia, con rispetto e sentiamo invece profonda resistenza se avvertiamo nell’altro freddezza o addirittura disprezzo.

C’è negli alunni anche un bisogno di apprezzamento che ha molto in comune con il piacere che avverto quando un collega, un genitore, uno studente mi manifesta la sua stima, riconosce il mio impegno, giudica bene quello che ho fatto.

C’è una domanda di comprensione intellettuale. Essa, a differenza delle altre, nei ragazzi ci sembra spesso svanita; ma non è propriamente così. In realtà è più difficile da ‘sostenere’ perché l’interrogarsi e il comprendere comportano un cammino che va sostenuto e ‘allenato’; per questo hanno bisogno di insegnanti, fiduciosi della propria e altrui intelligenza, che hanno consapevolezza del proprio capire.
C’è una domanda, profonda, di vita. Così come è stato (ed è) per noi, anche i ragazzi hanno bisogno di sentirsi vitali, di cogliere qualcosa di buono e di bello in ciò che vanno facendo, di trovare ragioni per mettersi in gioco. Tenere presente queste nucleo comune non è facile, perché i ragazzi anche svogliati, distratti, maleducati, disinteressati; ma anche qui vi sono diverse punti in comune con noi, con gli studenti di sempre.

È proprio riconoscendo che abbiamo delle aspirazioni e delle fatiche che ci accomunano che possiamo accompagnare in modo ancora più significativo i ragazzi nel loro percorso di crescita.
[...]

Pierpaolo Triani

***

Da SD 7, marzo 2014, p. 1
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