Interventi

Coraggio, equilibrio, magnanimità...

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Non mancano certamente i problemi nell’impegno educativo quotidiano; essi chiedono un forte dispendio  di energie fino a diventare, a volte, il centro di gravità dei nostri pensieri e delle nostre emozioni. Si rischia in questo modo di leggere l’insegnare solo attraverso le fatiche che comporta e le preoccupazioni che genera, facendo perderci di vista un orizzonte di senso più ampio.

La questione cruciale però è che senza ragioni di fondo, finalità, valori di riferimento diventa difficile affrontare le stesse difficoltà. Abbiamo bisogno nell’educare, come nel vivere, di occasioni in cui far risuonare dentro di noi parole che, nella loro semplicità, ci riconducano al tema del perché, dello stile di fondo e che ci permettano di affrontare con forza rinnovata la gestione della classe problematica, le resistenze ad imparare di Marco, la fatica di parlare correttamente di Amina, le pesantezze dei documenti da compilare, le incomprensioni con i colleghi, le difficoltà comunicative con alcune famiglie...

È per questo motivo che mi permetto di segnalare a tutti, al di là della posizione religiosa di ciascuno, una raccolta di testi di Papa Francesco sull’insegnamento e sull’educazione pubblicati recentemente dall’editrice La Scuola con il titolo La mia scuola.

Con lo stile caratteristico, semplice e diretto, che abbiamo imparato a conoscere, Papa Francesco pone di fronte alla coscienza di chi educa alcuni tratti fondamentali, propri della sapienza pedagogica, che hanno una tradizione antica ed una forza permanente capace di parlare ad appartenenze culturali diverse. A chi insegna è chiesta la virtù del coraggio di perseverare e donare speranza. Scrive Francesco “Non scoraggiatevi di fronte alle diffcoltà che la sfida educativa presenta! Educare non è un mestiere, ma un atteggiamento, un modo di essere; per educare bisogna uscire da se stessi e stare in mezzo ai giovani, accompagnarli nelle tappe della loro crescita mettendosi al loro fianco. Donate loro speranza, ottimismo per il loro cammino nel mondo. Insegnate a vedere la bellezza e la bontà della creazione e dell’uomo, che conserva sempre l’impronta del Creatore. Ma soprattutto siate testimoni con la vostra vita di quello che comunicate” (p. 16).

Significativo è il richiamo all’immagine dell’educare come un cammino che chiama in causa sempre la ricerca dell’equilibrio: “Nell’educare c’è un equilibrio da tenere, bilanciare bene i passi: un passo fermo sulla cornice della sicurezza, ma l’altro andando nella zona a rischio. E quando quel rischio diventa sicurezza, l’altro passo cerca un’altra zona di rischio. Non si può educare soltanto nella zona di sicurezza: no. Questo è impedire che le personalità crescano. Ma neppure si può educare soltanto nella zona a rischio: questo è troppo pericoloso. Questo bilanciamento dei passi ricordatelo bene” (p. 18).

L’insegnamento chiama in causa le competenze relazionali e disciplinari, ma soprattutto è questione di magna- nimità: “Noi dobbiamo essere magnanimi, con il cuore grande senza paura. Scommettere sempre sui grandi ideali. Ma anche magnanimità con le cose piccole, con le cose quotidiane. Il cuore largo, il cuore grande” (p. 17).

Un cuore e un’intelligenza, però, messi in gioco per la formazione integrale della persona e per lo sviluppo di una società, ricorda Papa Francesco, più fraterna. “Solo quando l’uomo si concepisce non come un mondo a se stante, ma come uno che per sua natura è legato a tutti gli altri, originariamente sentiti come ‘fratelli’, è possibile una prassi sociale in cui il bene comune non rimane parola vuota e astratta” (p. 93).

Oltre alla fraternità, nella parole del Papa, troviamo chiaro il richiamo alla formazione della libertà, del senso critico, della solidarietà; l’importanza della cultura del lavoro, la necessità di educare a vincere la cultura dello scarto, il valore di una scuola e di una università caratterizzate dalla prossimità. Temi alti che a volte possano farci dire: “Sarebbe bello, però...!”; “È facile parlare, ma...”.

Eppure credo valga la pena lasciare che esse risuonino in noi e magari ricominciare a confrontarsi e discuterne insieme; sarebbe un tempo speso a servizio dell’impegno di tutti i giorni.

Pierpaolo Triani

***

Da SD 10, giugno 2014, p. 1
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