Interventi

dal 01/09/2013 al 30/09/2013

APPROFONDIMENTI - Famiglie al plurale

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Chi lavora oggi nella scuola sa come vi siano molti modi diversi di fare famiglia, di educare i propri figli, così come di relazionarsi con l’istituzione scolastica. Ci sono famiglie di età, ceto sociale, livello di istruzione, origini culturali diverse. Ci sono poi famiglie dalle composizioni più svariate: famiglie bi-parentali e monoparentali, ricomposte, con uno o più figli, famiglie adottive e affidatarie; e l’elenco potrebbe continuare a lungo a disegnare un quadro plurale e composito.

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Certamente “l’arrivo”, consistente dagli anni Novanta, delle famiglie immigrate a scuola, ha costituito un’occasione mai
avvenuta prima di riflessione pedagogica sulle relazioni tra famiglia e scuola, sulle possibilità di incrementarle e valorizzarle, sulla necessità di trovare un codice comune di relazione e comprensione. Una funzione “specchio” che la presenza immigrata svolge in vari ambiti della società, compreso quello scolastico e famigliare.

Troppo spesso, tuttavia, si è attribuita alle famiglie straniere un’omogeneità che è distante dalla realtà, distinguendo in ma-
niera netta la fisionomia di queste famiglie da quella delle famiglie italiane. In realtà, le famiglie straniere hanno in comune
sì l’esperienza migratoria, ma si distinguono al loro interno per luogo di provenienza, tempi della migrazione, appartenenza
religiosa o culturale, e tutti quegli aspetti per cui si distinguono profondamente al proprio interno anche le famiglie italiane.

È cruciale oggi, anche nella scuola, leggere le esperienze di collaborazione con le famiglie oltre questa dicotomia. Tanto più
che quelle famiglie che continuiamo a chiamare “straniere”, in realtà sono inserite nel contesto italiano da molto tempo, si
sono lasciate alle spalle l’esperienza migratoria magari già da diversi anni, hanno figli “italiani di fatto”, anche se non an-
cora di diritto che parlano e pensano correntemente in italiano. Considerare queste famiglie “immigrate per sempre” è del tutto fuori luogo. Come sostiene infatti Martine Abdallah-Pretceille, l’immigrazione «non è una caratteristica definitiva ma un momento nella vita»1, che dovrebbe aprire in seguito a una condizione di pieno riconoscimento e cittadinanza nel luogo quotidiano di vita.

Nel panorama nazionale sono ancora limitate le ricerche che indagano le relazioni famiglia-scuola entro questa prospettiva plurale e dinamica. Scopo dell’articolo è guardare a queste ricerche e a quelle, più numerose, che in altri paesi di più consolidato pluralismo culturale hanno ragionato sull’esperienza famigliare e sulle relazioni con la scuola, in un’ottica propriamente interculturale.

[...]

Conclusioni. Valorizzare forme diverse di collaborazione

A conclusione di questo breve viaggio nel mondo delle famiglie, e della scuola, il quadro apparirà forse più complesso di
quanto lo fosse in partenza. Le famiglie vivono al loro interno l’esperienza della diversità, sono organismi dinamici che spe-
rimentano il cambiamento giorno dopo giorno, non è dunque possibile racchiuderle entro schemi rigidi o categorie prefissate.
Osservando la realtà della scuola da vicino ci si rende conto, come dimostrano anche le ricerche, che non esiste un solo
modello di collaborazione con la scuola, e che modelli diversi possono concorrere a un buon progetto educativo di genitori e
insegnanti, per il bene degli alunni.

Un atteggiamento attivo, partecipe, di alcuni genitori, è importante e proficuo come lo può essere quello più rispettoso
e fiducioso dell’autorità del corpo insegnante, da parte di altri genitori, magari meno presenti nella vita scolastica. Oltre a
ciò, un comportamento adottato in una certa fase del percorso scolastico potrà lasciare spazio in seguito ad un altro tipo di atteggiamento, in una relazione che muta e si rinnova nel tempo.

Nella scuola italiana, ormai caratterizzata da molti anni dalla presenza di famiglie di diverse origini, “straniere sulla carta”
ma di fatto parte attiva della società e della scuola, occorre certamente uscire da un’ottica esclusivamente assistenzialista,
basata sull’accoglienza e non ancora aperta a un rapporto di parità. La parola “collaborazione”, letta in termini intercultu-
rali, ci aiuta in questo senso a guardare oltre e a immaginare che ci possa essere un rapporto di fiducia e comprensione da
parte di queste due grandi agenzie educative, per realizzare un percorso adeguato alle esigenze delle nuove generazioni.

Anna Granata

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La versione integrale dell'articolo è consultabile su SD 1, settembre 2013, alle pp. 4-7

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1 - Abdallah-Pretceille M. A., L’Éducation Interculturelle, Presses Universitaires Françaises, Paris 2011.

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